Il presidente del Centro per il libro e la lettura commenta le "Disposizioni per la promozione e il sostegno della lettura" recentemente approvate in via definitiva dal Parlamento italiano.

 

 

L’approvazione di una legge sul libro rappresenta uno storico riconoscimento da parte dello Stato che la lettura ha un ruolo decisivo come strumento per il «progresso civile, sociale ed economico della Nazione, la formazione e il benessere dei cittadini»; i diversi articoli che compongono la legge toccano una serie di punti nevralgici legati alla diffusione della lettura (la sua promozione all’interno di scuole e biblioteche,il rafforzamento del Centro per il libro e la lettura, gli incentivi fiscali alle librerie ecc.). Premesso che sono contento di questa legge (pur con qualche perplessità di cui dirò più avanti), mi ha colpito come l’attenzione della maggioranza si sia concentrata sul tema della riduzione dello sconto sui libri, che non è certo l’aspetto più importante della questione. Sul tema, si è creata una spaccatura tra gli editori: da una parte, i grandi ritengono che questa limitazione sia dannosa, per tutti, perché causerebbe un restringimento del mercato; dall’altra, i piccoli sentono di poter essere finalmente protagonisti ad armi pari.

Il punto è che non sono gli sconti a creare nuovi lettori, che è quello di cui l’Italia ha bisogno.

Per capirlo, basta guardare cosa succede nel resto d’Europa. Nel riflettere sulle iniziative da intraprendere, il Centro per il libro e la lettura ha studiato la realtà dei Paesi con gli indici di lettura più alti ed è emerso che in questi Paesi si cerca innanzitutto di creare lettori, con idee e progetti che riguardano bambini e ragazzi, dai primi mesi di vita e per tutto il ciclo scolastico. Non a caso, in Germania lo sconto non esiste, in Francia e in Spagna è fisso al 5%, mentre nel Regno Unito il prezzo è addirittura libero: per contrastare Amazon, le librerie inglesi – in particolare la catena Waterstones, diretta da James Daunt – investono su qualità e formazione, puntando a offrire un’esperienza d’acquisto diversa rispetto a quella delle librerie online, anche delle migliori. Le librerie Waterstones e il Regno Unito, sono la dimostrazione che quando tutto il resto funziona (scuole in cui la lettura ad alta voce rientra nei programmi didattici, biblioteche attrezzate e animate da personale in grado di coinvolgere e interessare gli allievi, librerie di qualità animate da veri librai) lo sconto è un non problema. Quello che serve è l’educazione alla lettura e su questo tema non è nemmeno necessario inventare qualcosa: le buone pratiche esistono e ci sono Paesi in cui danno da tempo ottimi risultati: dunque, diamoci da fare per assimilarle e attuarle anche da noi.

Peraltro, se attraverso i bilanci delle case editrici consideriamo le vendite dei cosiddetti «libri di varia», si noterà che le vendite sono rimaste più o meno immutate nel corso degli ultimi anni: a riprova del fatto che non sono gli sconti a far vendere. I libri sono merci, ma non sono merci come tutte le altre: a far scattare il meccanismo che porta all’acquisto non è la possibilità di pagarli meno, ma il desiderio di vivere un’esperienza – di intrattenimento, di formazione, di approfondimento ecc. Se non c’è educazione alla lettura, se non ci sono biblioteche nelle scuole, se non ci sono librerie capaci di agire come presidi culturali sul territorio, questo desiderio non nasce e non c’è sconto che tenga: lo dimostrano i dati relativi alla lettura in Italia, nonostante la forsennata politica di sconti degli ultimi anni (e fosse per me, lo sconto lo proibirei). Le risorse dovrebbero quindi essere investite nella creazione di nuovi lettori, a partire dall’infanzia, ed è appunto questa la direzione suggerita dalla nuova legge.

Quando – speriamo presto – la lettura ad alta voce entrerà a pieno titolo nell’attività didattica, il mondo della scuola si aprirà in modo totale a Libriamoci, manifestazione di lettura ad alta voce nata nel 2014 organizzata dal Centro per il libro e la lettura, fortemente voluta anche dal ministro Franceschini: finora ha visto il coinvolgimento di circa 4.000 scuole su 14.000 proprio per la riluttanza dei presidi – nonostante il beneplacito del Miur – a sottrarre tempo allo svolgimento del programma istituzionale. Per la riuscita di Libriamoci (che dove ha incontrato presidi sensibili ha ottenuto grande successo) è stato decisivo il sostegno dei volontari: si è finalmente preso atto che la mancanza di interesse degli italiani per la lettura configura una vera e propria calamità civile e culturale e – come sempre accade in Italia nelle situazioni di emergenza – la risposta dei cittadini è stata generosa e appassionata. Un segnale di buon auspicio per il futuro.

La formazione – di librai e bibliotecari – è un altro concetto chiave sottolineato dalla nuova legge: in assenza di addetti capaci di incuriosire i giovani lettori, le biblioteche scolastiche, anche quando ci sono (in Italia non è così scontato), rischiano di essere luoghi morti; per quanto riguarda poi la formazione dei librai, mi sono più volte espresso in passato – anche in veste di docente della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri, da trentasette anni stella polare per la categoria – sul fatto che rappresenta l’unica arma per contrastare l’avanzata delle librerie online.

Grande valore viene poi riconosciuto ai Patti Locali per la Lettura, nati su iniziativa del Centro per il libro e la lettura: per la prima volta i Comuni (nelle piccole, medie e grandi città) diventano coordinatori di una serie di attività pensate per diffondere il valore e il piacere della lettura, da portare avanti nel corso di tutto l’anno attraverso biblioteche, librerie e centri culturali.

Questa legge è insomma una novità positiva: anche se non so chi materialmente realizzerà le iniziative, vista la mancanza di personale; anche se un milione di euro per la promozione della lettura nelle scuole è poco (in Italia, come ho detto, le scuole sono 14.000); anche se mi chiedo quanti studenti potranno beneficiare della Carta della Cultura – valore di 100 euro a fronte di un investimento di un altro milione di euro (cifre molto basse in assoluto, ma irrisorie se paragonate agli investimenti del Regno Unito). Da qualche parte, però bisogna cominciare. Peraltro, vorrei invitare a riflettere sul fatto che indici di lettura più alti corrispondono in tutta Europa a livelli più alti di benessere sociale ed economico: non sorprendentemente, considerato che più libri significano più cultura, dunque più consapevolezza.

In conclusione, credo sia stato compiuto un primo, importante passo per far uscire il nostro Paese da un imbarazzante paradosso: da una parte, un numero spropositato di festival e manifestazioni legate ai libri; dall’altra, un indice di lettura che ci vede terzultimi in Europa. Da oggi in poi, dovremmo tutti – noi della filiera – affrontare il nostro lavoro con rinnovata consapevolezza del fatto che l’obiettivo a cui tendere è un nuovo, sistematico progetto di educazione alla lettura.

(Articolo pubblicato il 17 febbraio 2020 sul sito www.rivistailmulino.it)